Associazione Archivio Opere Ennio Morlotti

Una frase del grande artista italiano, fondatore di una nuova pittura, profonda, stratificata, empatica.

“[…] E veramente son contento di esserne uscito, di credere ora a poche piccole cose, a un volto caro, a pochi amici, alle penombre di questa mia dolcissima terra, al melo che dà le mele e di pensare che la libertà devo, se la voglio, difendermela e pagarmela personalmente giorno per giorno, ora per ora”.
Ennio Morlotti, “Questa mia dolcissima terra”, in Stefano Crespi, “Questa mia dolcissima terra. Scritti 1943 – 1992”, Le Lettere, Firenze, 1997.

 

Ennio Morlotti. Biografia

Ennio Morlotti nasce a Lecco nel 1910. Le sue fondamentali scelte di vita non sono facili. Maturano in anni divisi tra un lavoro per sopravvivere (“Ma oscuramente sentivo dentro di me una ribellione, quell’impiego mi pareva un lento suicidio […]”) e il primo apprendistato artistico, anni vissuti tra Lecco, Milano e Firenze, dove lo portano i suoi momentanei interessi (“Mi sono iscritto all’Accademia
di Firenze nel ‘36, ma al secondo anno partii, non ce la facevo a seguire le lezioni ora mi accorgo che la pittura toscana deviava la voce profonda del mio istinto pittorico. Sono lombardo alla radice”).
Nel ’37 Morlotti soggiorna a Parigi per un breve periodo ed ha il suo primo incontro diretto con l’opera dei grandi maestri della tradizione moderna (“Anche a Parigi dove sbarcai nel ’37 non lavorai per niente. Biblioteca e quadri di altri […]. L’Expo, in cui c’erano i grandi Cézanne di Filadelfia e c’era Guernica di Picasso, e lì che ho avuto una folgorazione diciamo per questi grandi pittori […] Guernica col suo surrealismo e suoi simboli, scardinò completamente l’idea di realtà che mi ero costruito […] Cézanne, ma non per i suoi cubi o per i suoi cilindri, ma per una forza travolgente del suo impasto di colore, io ricordo quelle Bagnanti […] ed era proprio un colpo di bleu e di arancione, ma un colpo che ti penetrava […] Ritornai scoraggiato, carico di emozioni, ma altrettanto confuso e disarcionato”).
A Milano dal ’39 al ’42 il pittore frequenta Brera (“Mi ero iscritto all’Accademia di Milano e lì ho trovato tanto Carpi quanto Funi di una generosità enorme […] io penso che umanamente siano state delle persone molto forti, come d’altra parte eravamo forti tutti noi giovani, c’era la storia dell’antifascismo, insomma c’era una vera società […]”).  
Era intanto nato “Corrente di vita giovanile”, un giornale e un movimento, che avvicinava le migliori intelligenze del tempo nell’anelito di    rinnovamento e di opposizione. Morlotti entra a far parte di “Corrente” nel ’40 (“Milano, nonostante la guerra e il fascismo, fu per me città talmente calda e generosa da guarire qualunque malinconia […] Io la storia di Corrente l’ho vissuta perché mi sembrava una specie di ‘Scapigliatura’, un antinovecento, ossia la natura contro la forma […] una rivolta contro i padri ecco…allora io guardavo a Corrente come all’araba fenice, una lontana sorgente di luce, l’unica officina operante di idee, verità e opposizione […] Conobbi subito Cassinari…poi via via De Micheli, Treccani, Joppolo, Morosini, Birolli e gli altri […] C’era anche motivo di disaccordo che però mi tenevo per me. I loro amori e indirizzi erano per Van Gogh, Ensor e gli espressionisti, io ero dalla parte di Cèzanne, nonostante la mia natura chiusa ma turbolenta e romantica.[…]. Conobbi Gatto, Sereni, Vittoriani e Quasimodo […] mi sentii in mezzo a protagonisti, a tutto ciò che agiva, che pensava, costruiva e si opponeva […] questi sono gli anni miei di ‘Corrente’. Posso dire che sono stati gli anni miei più fecondi e felici.
Nel’41 e nel ’42 Morlotti partecipa al premio Bergamo. I suoi orientamenti artistici sono chiaramente delineati, ed egli va assumendo una sua precisa, isolata posizione. Nel ’44 si ritira a Mondonico. Ha già dipinto opere intense, in cui la sua risentita carica umana esplode all’interno di una di una forte pittura di materia, intesa a risalire, in modo del tutto personale, agli individuati cardini della tradizione moderna europea (“Mi buttai corpo a corpo con la pittura. Poco a poco arrivai a quei paesaggi di Mondonico. Di là vedevo il granoturco farsi alto con le pannocchie gonfie. La voce del fiume mi riportava ai miei anni, era come una voce della natura a sollecitarmi […] non era l’albero o la casa che mi interessava, ma il senso di panico di cui sentivo invaso il paesaggio, la risonanza interiore di quella natura. Io debbo molto ai miei amici: Birolli, Cassinari, Guttuso, al tempo di Corrente. Ma debbo molto anche a queste cose di natura, al dato umile della vita quotidiana. Volevo riuscire ad effondere dentro il quadro questo senso panico della vita, superare il senso eroico della retorica”). La guerra non passa senza lasciar traccia. Morlotti più insistentemente inclina verso il chiarimento delle estreme, autentiche ragioni del suo essere pittore.
Tra il ’45 e il ’46 dipinge i paesaggi detti “dossi”, e quelle opere di forte, definitiva riflessione su Picasso, che sono La donna che si lava e Le donne di Varsavia. È attivamente partecipe della vita culturale del tempo, collabora a riviste (“Il 45”, “Numero”, “Pittura”) tenta malgrado la sua istintiva avversione per ogni speculazione astratta (“quel che scrivo o dico, mi sembra un ribaltamento sbiadito, inerte, di ciò che il lungo e il lento lavoro di cavalletto ha accumulato”) un chiarimento teorico della posizione del pittore.
Nel ’47 incontra Lionello Venturi, che gli procura una borsa di studio per Parigi. Vi ritorna, per breve tempo, con Birolli (“ Andai con grande entusiasmo: ma fu una grande delusione. Anche lì, non feci un quadro. L’ambiente era quello postcubista e mi sembrò senza vita […] di riviste di cultura neanche l’ombra. ‘Cahiers d’art’, ‘Minotaure’, ‘Verve’ erano sparite. Anche nei grandi padri incominciai a vedere solo formalismo, elegante, e stucchevole. Il Picassismo pesava su di me come una droga Fautrier, De Staël, Wols, Dubuffet: ma non li capivo. Fortunatamente c’erano anche Sartre e Camus: “L’homme revolté” segnò per me una grossa svolta. Non più rivolta alla società, ma rivolta a se stessi: se stesso causa di tutti i guai.
Mi sembrava di avere la lebbra adosso e di infettare tutto. Fu un seme che si allargò e si sviluppo in me velocissimamente. Addio storicismo, marxismo, trotskismo, Francia, Russia, addio Voltaire, Rousseau, Diderot, società, ragione, razionalità, materialismo, dialettica e compagnia bella. Addio ‘le vent se lève’, a ‘La joie de vivre’. Viendra l’heurese surprise! C’ero io solo con la mia lebbra – il mio picassismo che odiavo come un nemico. Non stetti molto a Parigi, i progetti non servivano a niente”).
Nel ’46 Morlotti momentaneamente aderisce al “Fronte Nuovo delle arti”, un movimento che si sfalda assai presto per dissapori tra i suoi componenti. Fa quindi parte del ‘Gruppo degli Otto’, diretto da Lionello Venturi, ma anche in questo caso la partecipazione è assai effimera (“[…] anche quando fui nel gruppo degli Otto non riuscivo a condividere l’intera posizione. E appena fui stanco me ne tirai da parte, tornando alle mie cose, al fiume, all’infanzia, alla luce dei miei tempi”).
L’isolamento di Morlotti si accentua agli inizi degli anni cinquanta. Risalgono a quest’epoca dipinti come La siesta, limite estremo di quel travaglio di spoliazione del linguaggio moderno della pittura moderna dal quale scaturirà la sua successiva immagine. Nel ritiro di Imbersago in Brianza, Morlotti in pochi anni compie l’opera che riconosciamo tra le più autentiche e dense di valori umani del nostro tempo (“Nel ’51 mi imbattei casualmente nel paesaggio incantevole di Imbersago. Di colpo mi ricordai le colline di Mondonico, che avevo completamente dimenticato, e quel fascino mi sedusse talmente che mi insediai lì, e lì ricominciai da capo a dipingere ‘dal vero’ […] Io penso che ad Imbersago incomincia la mia storia: meglio la coscienza della mia storia. In quel tempo nacque per caso un sodalizio con Arcangeli e Testori: mi permise la conoscenza dei ‘ problemi caravaggeschi’, e della grande pittura lombarda; la coscienza e la stima di Longhi, e la scoperta delle mie radici […] un filosofo americano che mi è capitato per caso diceva che anche un filo d’erba nasce da un incrocio, da un coito […]. Da allora sparirono i tramonti, e gli orizzonti, le vedute. Mi fermai ad osservare i ‘particolari’ di natura. Mi crearono turbamenti le mele sul melo, la pannocchia sul granoturco, e gli insetti che gremivano il sottosuolo. Cominciai a sentire qualcosa di segreto e di molto misterioso. La realtà, dietro le cose; un sotto fondo e una gravità attorno: e, cosa che mai avevo avvertito, di partecipare a queste cose. Ebbi qualche anno di lavoro solitario, e appassionato; senza progetti, senza attese […] Ero molto vicino inconsapevolmente a ciò che Bigongiari chiama organismo vivente’”).
Nel ’54 l’artista presenta alla XXVII Biennale di Venezia cinque grandi quadri di figura, poi distrutti. Sono l’annuncio di quella poetica nella quale si afferma l’identità di figura e paesaggio metafora prorompente della sua idea di pittura come coinvolgimento, come essere nelle cose. I rapporti di Morlotti con l’Informale europeo esistono semplicemente come sua consonanza al tempo, come un aderire a quell’intuizione che fa tabula rasa di ogni precostituito schermo di valore, d’ogni forma già data “[…] ero stranamente vicino anche ai veri eroi della mia generazione, tutti piegati nell’avventura dell’organico e del vivente: Gorky, De Staël, Pollock è […]. Potrei essere definito informale se si tiene conto della coincidenza che esso stabilì, in pittura con il valore dell’istinto. Mi sembrò la rivolta della vita contro le belle cose, le idee troppo sistematiche. Io mi sentivo attratto verso un impulso romantico. Volevo involgermi nella natura, più che mettermi a guardarla e a dipingerla dal di fuori […]. Per raggiungere la mia immagine non curavo i mezzi. Affondavo nella materia per raggiungere una chiarezza di linguaggio”).
Al sommo della densa stagione degli anni cinquanta Morlotti sposta il suo interesse sul paesaggio ligure. L’incontro è preparato dagli interni movimenti del linguaggio dell’artista: esso assume quel “punto di distanza” che la precedente esperienza aveva negato. E’ la riscoperta di una dimensione di distanza dall’immagine dopo il coinvolgimento che ha caratterizzato l’opera precedente. “[Capii che quell’abbondanza di colore […] alterava il senso di quello che io volevo stabilire. Volevo e voglio raggiungere le mie aspirazioni di densità organica […] ma ora cerco di non lasciarmi affogare nella materia […]. È ancora il senso dell’organico ad esprimersi in quei paesaggi. In Liguria ho incontrato per caso un sottobosco bellissimo e misterioso, diverso dalla natura che vedevo in Brianza e ho iniziato a dipingere quel mistero […].
Tra il ’70 e il ’75 Morlotti dipinge grandi quadri di figura, culminanti nel dipinto Ricordo di Hölderlin:   una compiuta espressione del motivo dell’appartenenza della figura e del paesaggio all’humus formante della pittura. Tra il 1970 e il 1977 nasce la serie dei Teschi, mentre contemporaneamente, a partire dal ’75, Morlotti inizia dipingere sul tema delle rocce. La sua immagine sembra discostarsi dagli interessi per l’organico (“[…] ho fatto dei teschi in commemorazione dei miei amici, come Arcangeli, così, e ho visto che spogliavo la realtà di questa linfa, di questa vegetazione, non so di questa carne che vive, e così sono arrivato sia ai ‘teschi’ sia alle ‘rocce’ […]. Io avevo una tavolozza molto semplice, molto abituata ormai a questo tono verde che mi riusciva […] quindi volevo ritornare a dei bianchi, a dei gialli […] mi è stato molto difficile, e ancora sono ancora dentro questa pastoia da cui desidero uscire, perché il mio sogno è di arrivare alla luce, alla allucinazione, che brucia tutto, mi devo avvicinare un po’ alla morte”).
Sul tema delle rocce una nuova dimensione espressiva si configura nell’opera di Morlotti, aperta sul suo successivo dipingere (“mi è nata questa emozione della roccia anche perché era esaurito un certo ciclo di vegetali a cui io ero legato per delle ragioni anche fisiologiche, credevo molto nell’organico […] allora rincorrevo il sogno dell’organico vivente […] ma da due anni mi attardavo a ricalcare schemi consueti […]. Come sempre succede in questi momenti, non solo non volevo arrendermi, ma pensavo anzi di riparare, di rifarmi di un passato insoddisfacente, inadeguato, e anche qui come sempre ho dovuto abbandonare e ripiegare, e per di più sull’inorganico. In quel tempo mi ricordai di un posto sopra Bordighera che da lontano mi aveva sempre incantato ma non avevo mai avvicinato. Lo raggiunsi per un erto sentiero, si trattava di pochi massi che al sole del mattino splendevano ronzanti e allucinanti.
Mi riuscì qualche quadretto e qualche pastello soddisfacente, e da lì incominciai ad appassionarmi al problema della luce fino ad allora subalterno. Andando su e giù per l’autostrada ligure mi aveva sorpreso e poi avvinto una cerchia di monti tra Feglino e Finale. In certe ore, in quel grande spazio senza tempo, solitario e silenzioso, diventavano incandescenti e lì mi stabilì nel 1976.
Gli inizi come sempre furono difficili e non dico gli avvilimenti e le difficoltà. Ero consapevole che quel ripiegamento era una sconfitta, un naufragio, una diserzione; ma più tardi si affacciarono anche risvolti positivi. Prima fra tutti un nuovo fantasma da inseguire e perseguire; secondo un rinnovato amore per la natura, il dissolversi di indifferenza e nichilismo.
“Intanto lasciami vagare e cogliere bacche selvagge per estinguere l’amore di te sui tuoi sentieri, o terra.”

 

Associazione Archivio Opere Ennio Morlotti

L’Associazione Archivio Opere Ennio Morlotti è nata nel 2001 per volontà della vedova del pittore, Anna Maria Vitalini, della figlia Paola e della nipote Alessia Mesirca, come conclusione di un impegnativo lavoro che nel 2000 ha portato alla pubblicazione di “Ennio Morlotti. Catalogo ragionato dei dipinti”, a cura di Gianfranco Bruno, Pier Giovanni Castagnoli, Donatella Biasin, 2000 Skira, con lo scopo di tutelare e valorizzare l’opera e la figura di Ennio Morlotti.
Da allora il lavoro, con il coinvolgimento di esperti e storici dell’arte conoscitori dell’opera del Maestro del calibro di G.F. Bruno, P.G. Castagnoli e M. Vallora, è stato continuo
Grazie a costanti riunioni del Comitato Scientifico sono stati archiviati ulteriori 200 olii di mano dell’artista, per i quali si prevede la pubblicazione di un’addenda.

Si è anche iniziata l’archiviazione dei pastelli e dei disegni del pittore e si è proceduto a stilare un archivio di tutte le opere non ritenute di mano di Morlotti, sottoposte alla Commissione scientifica sia da privati e da operatori del settore artistico, sia segnalati dal Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

FINALITA’/OBIETTIVI PERSEGUITI

  • Archiviazione dei dipinti e delle opere non ancora inseriti in Catalogo
  • Digitalizzazione della Biblioteca contenente tutta la bibliografia di Ennio Morlotti e del suo epistolario inedito, pubblicazione on-line a disposizione degli studiosi.
  • Pubblicazione di un’addenda al Catalogo ragionato e acquisizione di un software gestionale per archivi.
  • Organizzazione di una grande mostra antologica in una prestigiosa sede italiana, studiando altresì una seconda sede internazionale (Parigi o New York, dove Morlotti ha esposto numerose volte).
  • L’Archivio è sempre disponibile a fornire informazioni inerenti al pittore e alla sua opera a coloro che lo richiedono e consente agli studiosi la consultazione dei materiali ivi custoditi, previo appuntamento.

L’Archivio si è finanziato fino ad ora con contributi della famiglia, che ha sostenuto interamente il costo della pubblicazione del citato Catalogo ragionato.
L’Archivio chiede ai collezionisti che si rivolgono ad esso un contributo per l’archiviazione e con questo si sostengono le spese per le riunioni, mentre le spese correnti continuano ad essere sostenute dalla famiglia.

Dell’Associazione si occupa stabilmente la nipote dell’artista nonché presidente dell’Archivio Alessia Mesirca, coadiuvata dal Consiglio di Amministrazione composto anche da Michele Manzelli e Paola Morlotti.
Il Comitato scientifico, deputato a visionare ed esaminare le opere sottoposte per l’archiviazione è composto, oltre che dalla Presidente anche dagli storici dell’arte, conoscitori dell’opera del maestro Piergiovanni Castagnoli, Marco Vallora, Gianluigi Rebesco e Lia Perissinotti

Il 22 maggio del 2017 per il ciclo di incontri a cura di Aitart “Sul filo della memoria gli Archivi d’artista si raccontano” presso la sala conferenze del Museo del Novecento a Milano l’archivio Morlotti ha tenuto una conferenza di presentazione introdotta da Danka Giacon, Conservatrice del Museo del Novecento, nella quale sono intervenuti: Alessia Mesirca, Presidente e socio fondatore dell’Archivio Opere Ennio Morlotti, nipote dell’artista, Piergiovanni Castagnoli e Marco Vallora, critici d’arte componenti del Comitato Scientifico.

 

Sede e contatti

Nome dell’Archivio: Associazione Archivio Opere Ennio Morlotti
Sede: via Giacomo Leopardi, 29 Milano
E’ socio fondatore dell’Associazione Italiana Archivi d’Artista (Aitart) e la Presidente Alessia Mesirca fa parte del Comitato direttivo di tale Associazione, fin dalla sua nascita.