Antonio Scaccabarozzi. Diafanés
Un progetto dell’Associazione Archivio Antonio ScaccabarozziA cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina
In collaborazione con Galleria Clivio, Milano-Parma
Venezia, Palazzo Fortuny, 28 gennaio-6 aprile 2026
Cosa accomuna la ricerca artistica di Antonio Scaccabarozzi (1936-2008) e quella di Mariano Fortuny Y Mandrazo (1871-1949)?
Il primo, al quale è dedicata la mostra site-specific negli ambienti del piano terra di Palazzo Fortuny, è stato tra i protagonisti dell’arte concreta e poi concettuale della seconda metà del XX secolo, avviando la sua carriera una decina d’anni dopo la scomparsa del secondo. Mariano Fortuny è, a pieno titolo, un protagonista di quella transizione complessa tra fine Ottocento e inizio Novecento, nella sua lirica capacità di espressione dei turbamenti, delle speranze, della nostalgia del passato e dell’eccitazione per l’innovazione che hanno attraversato la cultura visiva europea alla cosiddetta alba della modernità.
Maggiormente conosciuto per le sue ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui la componente di calcolo aritmetico si associa a colori e dimensioni, Scaccabarozzi inventa, tra gli anni Ottanta e il nuovo Millennio, un nuovo linguaggio visuale che si esprime in membrane traslucide o trasparenti di acetato o polietilene, intesi come campi di accadimento del tratto pittorico e luoghi di esplorazione delle relazioni tra architettura, osservatore, opera. Destinato a ispirare ancor oggi intere generazioni di artisti contemporanei, basti pensare ai concetti di display e immersività suscitati dalla sua indagine, Antonio Scaccabarozzi chiama Quantità libere i lavori in cui il colore si libera sulla superficie trasparente, Polietileni i fogli di plastica trasparente o monocroma tagliati e sagomati, Banchise ed Ekleipsis le sovrapposizioni di membrane colorate di plastica volte a creare inedite sfumature cromatiche, da porre in relazione allo sguardo e allo spazio.
Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare la relazione tra concezione del paesaggio e del corpo e tra antico e contemporaneo, Mariano Fortuny è internazionalmente riconosciuto per aver progettato forme straordinarie come la plissettatura, mutando radicalmente l’idea e la fattezza dell’abito ma anche facendo riflettere sull’importanza dell’eredità degli alfabeti iconografici del passato in relazione alla disponibilità delle tecnologie del suo tempo. Con le sue fotografie, “lenti scatti dinamici” che “non sembrano voler procurare meraviglia, sorpresa, stupore […] né vogliono incantare per ciò che vi è raffigurato”, invece Fortuny ha provato a “svelare, suggerire, indicare aspetti celati”[1] delle immagini.
Entrambi, dunque, potremmo definirli attenti e coltissimi tessitori di opere diafane poste nelle mani e negli occhi del pubblico con la richiesta di scrutarle e oltrepassarle, di vedere appunto attraverso le loro stratificazioni, in nome di una contemplazione carica di poesia.
La mostra, dunque, prova a ragionare sulle affinità linguistiche e metodologiche che la ricerca artistica di Scaccabarozzi ha in comune con quella di Mariano Fortuny: entrambi, innanzitutto, compositori pazienti di un affresco ritmato dai gradi del visibile, dove l’opera si fa diaframma di un respiro cromatico e seducente, interrogando il fruitore in quanto “zona-limite di forze contrapposte”, ha dichiarato Scaccabarozzi.
Da questa prima riflessione scaturisce e si spiega anche il titolo dell’esposizione: “Antonio Scaccabarozzi. Diafanés”.
Medium attraverso il quale avviene il processo di affioramento alla visibilità di qualcosa, il diafano, che contiene la preposizione Δια (dia), determina ciò che separa o squarcia e di conseguenza ciò che permette un’attraversata, un’apertura, uno sfondamento, di intravedere un’interiorità, di portare alla luce qualcosa di nascosto.
A questa preposizione si unisce il verbo φαίνω (fàino), il quale presenta una grande ricchezza semantica nel suo essere parente di φως (fos) ovvero luce: significa infatti brillare, illuminare, ma anche far apparire, rendere visibile, portare alla luce ciò che è velato e quindi far conoscere, mostrare, annunciare, presentare, indicare, rendere manifesto un fenomeno fisico o un aspetto spirituale per sua natura invisibile[2].
Da qui il significato di διαφαίνομαι (diafàinomai), che significa essere appena visibile o iniziare ad essere visibile, e la διαφάνεια (diafàneia) che è, quindi, l’attitudine di un corpo a lasciarsi attraversare dalla luce.
“È la stessa sensazione che provo visitando il tempio di Éfesto. Allorché gli giro intorno, le colonne lasciano intravedere il muro interno, e da certe angolazioni lo chiudono completamente, provocando così un misto magico di aria circolante e di ulteriore protezione a ciò che è custodito all’interno”. Così scriveva Scaccabarozzi nel 1999, rievocando quanto aveva percepito cinque anni prima ad Atene[3].
Ed ecco un altro curioso e affascinante punto di incontro: Delphos, così Mariano Fortuny titola il suo abito più noto, formato da un paziente lavoro di plissettatura e destinato ad avvolgere, accordandosi alle forme, il corpo delle donne, velandone e disvelandone le membra, complice la diafana e impalpabile leggerezza.
L’ispirazione veniva a Fortuny dai chitoni della statuaria greca. Questo bacino straordinario, culla della nostra concezione visiva occidentale, è dunque comune ai due artisti.
Ma anche il colore, nelle sue calibrate potenzialità e assonanze con antiche cromie e disegni primigeni distillati da Fortuny, attraverso un sapiente lavoro di osservazione e campionatura tra continenti ed epoche lontani, è fondamentale tanto nella ricerca del padrone di casa quanto in quella di Scaccabarozzi.
Si osservino infatti le sue Quantità libere, in cui il colore si estende in pennellate più o meno larghe su fogli di polietilene trasparente, e si rivolga poi lo sguardo ai lavori della seconda metà degli anni Novanta, le Banchise e le Ekleipsis. In queste membrane sovrapposte, traslucide o colorate, il foglio di polietilene è autonomo: medium, supporto e campo del visibile, luogo di esperienza e di espressione cromatico-ambientale.
Superata la metà degli anni Novanta, infatti, Scaccabarozzi torna al foglio di polietilene. Vi toglie la pennellata cromatica, un’altra affermazione di indipendenza del materiale che ora si può piegare, estendere, far sorvolare e svolazzare, complici la sua resilienza, più che resistenza, plastica e la leggerezza della sua installazione: fili di nylon e chiodi sottilissimi.
Affascinato dalla sua leggerezza, trasparenza e versatilità, Scaccabarozzi vede nel polietilene il luogo in cui affrontare ad un nuovo livello il problema della visione e del suo limite, il ragionamento sul doppio, sul recto e verso della pittura, la sua relazione ed estensione nello spazio. Complici di questa nuova indagine sono le sottili membrane plastiche, che semioticamente affrontano il tema del diafano, passando dal fantasma della pura trasparenza al traslucido che lascia filtrare la luce ma non permette di vedere i contorni né le tracce delle figure dietro lo schermo, fino al torbido e all’opacità più impenetrabili.
Per rendere ancora più avvincente e stratificata nei suoi significati la relazione tra Fortuny e Scaccabarozzi, la mostra si articola in un percorso di circa venti opere realizzate tra gli anni Ottanta e il nuovo Millennio, afferenti ai cicli delle Quantità libere, dei Polietileni sagomati, delle Banchise e delle Ekleipsis. Due opere sono appositamente poste in relazione con le collezioni e gli ambienti del primo piano, per stuzzicare l’osservazione del visitatore e rendere vibrante questa indagine sul “vedere attraverso” e sui gradi del visibile di Fortuny e Scaccabarozzi. Infine, nella seconda sala dell’ambiente a piano terra, due sezioni sono esposte a dimostrazione della versatilità del linguaggio di Scaccabarozzi: l’artista infatti ha ispirato un’intera collezione della stilista contemporanea Maria Calderara, di cui è esposta una recente creazione; mentre il secondo progetto è rivolto a persone ipo e non vedenti, attraverso tavole tattili e supporti audio, realizzato dall’Archivio che rappresenta e tutela l’artista, fondato nel 2010 dalla moglie ed erede Anastasia Rouchota, in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano.
Un vedere attraverso l’opera che pone tutti in una dimensione contemplativa, senza negare la componente fisica della percezione: ogni senso è coinvolto, come nelle creazioni di Mariano Fortuny, in cui tutto risuona in un’armonia impalpabile, in un languore rigoroso, dove la tecnica è ancora al servizio dell’anima e dello sguardo.
Antonio Scaccabarozzi, Senza titolo, 1999
Sto guardando in giardino da una finestra del pianoterra. Mi soffermo sul muro chiaro parzialmente ricoperto dall'edera. Trovo interessante il rapporto che si è creato fra le zone verdi e quelle ancora libere. Sarà di breve durata. L'edera si propaga sempre più e presto sarà tutta un'altra cosa.
Guardo ancora qua e là, poi rientro con lo sguardo. Ho giusto il tempo per rendermi conto di avere osservato la scena attraverso una tendina trasparente, il vetro della finestra, la zanzariera, la ringhiera di ferro battuto, senza accorgermi della loro presenza. Riprovo il percorso nell’insieme. Ora quegli oggetti frapposti, che non avevo notato, acquistano enorme importanza nella ripartizione dello spazio in distanza. Generano numerose connessioni, rimandano indietro la loro immagine e nello stesso tempo lasciano passare lo sguardo. La constatazione di tutto ciò mi provoca una forte e sentita emozione. È la stessa sensazione che provo visitando il tempio di Éfesto. Allorché gli giro intorno, le colonne lasciano intravedere il muro interno, e da certe angolazioni lo chiudono completamente, provocando così un misto magico di aria circolante e di ulteriore protezione a ciò che è custodito all'interno.
Accadeva cinque anni fa ad Atene.
Da allora mi sono trovato spesso a riflettere su quella condizione emotiva quando dovevo pensare i nuovi lavori.
Le opere del 1996-1997, hanno sottolineato il ritorno all’ambito “pittorico”, con figure piane a linee appena trasversali, ottenute tagliando il polietilene. Venivano applicate al muro nella parte superiore, così da sollevarsi liberamente e ricadere con la leggerezza del loro corpo, al primo movimento d’aria.
Negli ultimi due anni i lavori pur mantenendo le peculiarità principali, hanno avuto uno sviluppo nella forma e si presentano sospesi nello spazio, accavallati a un filo di nylon teso fra due chiodi.
L’idea è di porre l’opera come zona-limite di forze contrapposte. Dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa, carichi questa idea di vitalità.
[1] Alberto Sdegno, Una tecnica per la poesia, in L’occhio di Fortuny. Panorami, ritratti e altre visioni, a cura di Silvio Fuso, Venezia, Palazzo Fortuny, dal 17 dicembre 2005, Marsilio, Venezia 2005, p. 16.
[2] Cfr. Patrizia Magli, Έστι δή τι διαφανές. Esiste dunque del diafano, in Diafano. Vedere attraverso, a cura di Chiara Casarin ed Eva Ogliotti, ZeL Edizioni, Palermo 2012, pp. 17-24.
[3] Antonio Scaccabarozzi, testo non titolato, in Matériau: couleur, a cura di Mel Gooding, catalogo della mostra, Montbéliard, Centre Régional d’Art Contemporain, 23 settembre-19 novembre 2000, s.p.
